Per raggiungere uno sviluppo psicologico completo abbiamo bisogno d’amore e questo ci può essere dato sotto varie forme.
Se i nostri genitori non riescono, per vari motivi, a fornircelo in modo completo, viene a crearsi un “buco” a livello emotivo.
Si ottiene amore sotto forma di manifestazioni diverse, che per noi rappresentano necessità di base, indispensabili alla nostra crescita.

Le principali necessità di base sono dodici: accettazione, cura, fiducia, comprensione, incoraggiamento, ammirazione, riconoscimento, apprezzamento, conferma, approvazione, rassicurazione, rispetto.

Per soddisfare i propri bisogni, i nostri genitori fanno sempre del loro meglio con gli strumenti a loro disposizione, ma purtroppo talvolta non sono coscienti delle reazioni che i loro comportamenti scatenano in noi. Queste necessità acquistano di volta in volta un’importanza diversa in sintonia con la nostra crescita affettiva e psichica e devono essere soddisfatte secondo i bisogni della nostra età.

Per esempio un bambino di due anni ha bisogno d’accettazione, cura, comprensione in modo diverso da uno di otto ed inoltre, devono essere soddisfatte più volte nel corso della vita perché possano cementarsi nei nostri cervelli in modo da creare programmi di pensiero che ci porteranno a dire: Io sono accettato, compreso, riconosciuto ecc….

Laddove queste necessità di base non sono soddisfatte, verranno a formarsi delle ferite le cosiddette ferite emozionali. Queste mancanze sono decisive nei primi anni e sono costantemente richiamate nel corso della vita. Dietro ogni emozione che proviamo c’è una necessità che non è soddisfatta. Crescere senza determinate forme d’amore modifica la storia della nostra vita.

I sostituti dell’amore

Ci sono molti modi per causare una ferita in un bambino, ad esempio la violenza, le minacce, urlare, parlare con un tono freddo, tenere a distanza, maltrattare, escludere, colpevolizzare, prendere in giro, denigrare ecc.
Queste ferite causano dolore ed emozioni negative e noi, inconsapevolmente, cerchiamo di liberarcene in due modi: amare oppure narcotizzare il nostro animo.

Delle due vie, l’amore porta alla guarigione, la narcosi porta ad un offuscamento che ci anestetizza dal dolore, ma che agisce anche su altre parti di noi stessi, sul nostro potenziale, il nostro talento, la nostra natura positiva. Per narcotizzare il nostro dolore troviamo sostituti dell’amore: i vizi e le scappatoie.

La scappatoia più nota è distogliere l’attenzione da questo fumando, facendo sport, mangiando, bevendo, facendo sesso, leggendo, guardando la tv, facendo shopping, usando droghe ecc. e spesso quando l’energia vitale è molto offuscata, dobbiamo ricorrere a stimoli ancora più estremi, sperimentando il pericolo e la provocazione.

Quando invece l’insieme di bisogni di base è soddisfatto, non ci sono più dubbi ed angosce e il senso della nostra missione nella vita ci appare chiaro. Ma se questo non accade, tutta la nostra vita si svilupperà intorno alla ricerca della cura per le ferite emozionali che portiamo fin dall’infanzia.

L’amore come cura, le tre fasi

Il rapporto di coppia diventa allora il luogo privilegiato dove poterle curare ed è caratterizzato da tre fasi:
1) L’Innamoramento, dove entrambi mostriamo i nostri lati migliori; inconsciamente stiamo cercando nell’altro quelle qualità che possano sia ferirci sia curarci, in altre parole rivivere le ferite e poterle finalmente curare. La maggior parte delle volte incontriamo dei partner che hanno ferite simili od uguali alle nostre.

2) La fase inconscia od infantile, dove possiamo rilassarci e mostrarci per come siamo veramente. Adesso diciamo al partner: Rendimi felice. È la fase della lotta di potere dove ognuno dei due cerca di prendere quello che può, dando il meno possibile.
A questo punto si presentano tre possibilità: a) si crea un rapporto vittima/persecutore; b) ci lasciamo, cercando un’altra persona per curare le nostre ferite e riproponendo lo stesso modello; c) viene effettuato un miglioramento e si giunge alla fase tre.

3) La relazione conscia e adulta, dove abbiamo la consapevolezza dei meccanismi di comportamento e curiamo le nostre ferite.
In questa fase diciamo: Io ti renderò felice. Questo tipo di crescita deve essere fatto insieme, attraverso il dialogo, la comunicazione, altrimenti si crea un dislivello che in ogni modo potrà portare alla separazione ed in questo caso il partner che avrà fatto un maggior lavoro su se stesso, cambierà il modello nella relazione successiva.

Una delle regole per un buon dialogo è partire dal concetto di base che l’altro fa sempre il meglio che può con le possibilità a sua disposizione e se n’assume tutte le responsabilità. Nelle fase tre diventa evidente qual è la ferita dell’infanzia: ci rendiamo conto che tendiamo ad essere come uno dei due genitori oppure l’opposto. I due modelli principali sono il Minimizzatore, che tende ad allontanarsi dal partner e il Massimizzatore, che invece si “appiccica”.

 

Le modalità dipendono dal momento nell’infanzia in cui si è sviluppata la ferita:

  • da un anno e mezzo ai tre anni,  il periodo della differenziazione
  • dai tre ai quattro, il periodo della ricerca dell’Identità
  • dai quattro ai sette, quello della competenza
  • dai sette ai tredici, quello dell’esplorazione e dell’interesse sociale
  • dai tredici ai ventuno, quando ci confrontiamo con l’Intimità.

Le ferite più tremende sono quelle a cui non riusciamo ad attribuire un nome perché eravamo talmente piccoli che possiamo percepirne solo la vibrazione negativa.

Ferite emozionali e rapporto di coppia

Ci lasciamo generalmente per due motivi: perchè non ci sentiamo accettati oppure perché non si riesce ad accettare l’altro. Abbiamo invece a disposizione due modi per guarirci: curare l’altro facendoci carico dei suoi bisogni oppure curare se stessi, ritrovando il contatto con i nostri bisogni di base e curando noi stessi facciamo anche crescere la relazione, cambiamo e rendiamo consapevole l’altro del nostro rispetto ma anche di ciò di cui abbiamo bisogno.

Immaginandoci come una cipolla a strati, ci sono nel nostro inconscio ferite superficiali che sono più semplici da affrontare e guarire, mentre da quelle più profonde e dolorose tendiamo a fuggire e diamo la responsabilità all’altro per fatto che non riesce ad aiutarci.
Ma per poter superare la barriera del dolore dobbiamo necessariamente confrontarci con questo e superarlo.

È essenziale che le nostre paure siano elaborate altrimenti le ferite infantili dirigeranno tutto il corso della nostra vita e ci faranno assumere atteggiamenti spesso controproducenti, anche in considerazione del fatto che raccogliamo sempre ciò che seminiamo.

Come guarire dalle ferite emozionali

La sola via per la guarigione consiste nell’accettare le nostre ferite, confrontarci con loro ed ammettere che il partner è lì perché possa aiutarci a curarle. Come afferma Demetrio, quando siamo in grado di dire all’altro: “Io non ho bisogno di te” significa che abbiamo raggiunto un sufficiente equilibrio per vivere la relazione senza dipendere da lei.

Come sappiamo la comunicazione è per il 93% non verbale e solo il 7% di tipo verbale quindi è principalmente il nostro comportamento ed atteggiamento che è compreso dagli altri e spesso quello che il partner dice di noi, anche in negativo, è vero, ma non riusciamo ad accettarlo perchè ci fa male. In realtà invece egli riesce a vedere in noi ciò di cui non siamo consapevoli.

Le ferite emozionali c’incatenano ad una frequenza più bassa del nostro reale potenziale ed in questo caso sono proprio i no che aiutano a crescere, perché ci costringono a cercare altre soluzioni per poter evolvere.
È veramente importante saper dire di no, non solo ai nostri partner, ma anche ai propri figli e genitori. Una coppia in armonia quindi saprà interagire, mantenendo però una giusta distanza, in modo da poter aiutare se stessi e gli altri.

Adesso provate voi stessi ad individuare quale delle dodici necessità di base vi è stata negata. Tornate alla lista, scegliete tre delle necessità di base di cui sentite il bisogno e scrivetele su un foglio. Poi tornate alle dodici necessità e scegliete d’impulso, senza pensarci troppo sopra, quale delle dodici è per voi quella veramente più importante. Una volta individuata, riflettete sul significato della vostra scelta.

Molto probabilmente, se avete fatto bene l’esercizio, è proprio quella la forma d’amore di cui avete maggiormente sofferto la mancanza.

Diceva Gandhi “Nessuno può farti più male di quello che fai tu a te stesso.” Ed è proprio così, se non lotti, se non reagisci….insomma se non fai nulla per iniziare il cammino verso il risanamento psicologico.

Ana Maria Sepe. – Psicoadvisor

 

 

 

 


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